Questo curling che prende, questo curling che non da’

Il curling italiano ha lasciato Claut ed ognuno è tornato a casa. Un’altra stagione sportiva è terminata e come sempre tutti i partecipanti e tutti gli appassionati hanno chiuso questo 2015-2016 con grande soddisfazione. Ma con il ritorno i problemi lasciati sono sempre li ad aspettarti. Bello commentare questo sport ma è decisamente meno bello sapere quale sia il sacrificio, le spese e le rinunce che hanno dovuto sopportare gli atleti di punta per andare a giocare e raggiungere questi risultati. Anche un evento come le finali di Claut, nel suo piccolo, saranno la ragione che obbligherà alla perdita del lavoro o, in altri casi, alla rinuncia a partecipare per importanti impegni di studio. Concorderete che questo argomento non può essere sottovalutato e non è quindi di poco conto. Come si può pretendere che un atleta possa dare il meglio di se quando la sua mente è logicamente divisa tra il pensiero della gara e quello su come vivrà e potrà sostenersi da domani? Sappiamo bene che il curling non è uno sport, almeno in Italia, praticabile come professionista ma è anche vero che la Federazione ha il dovere di costruire un progetto con il quale si possa trovare una soluzione che consenta agli atleti nazionali di praticare serenamente la propria disciplina. Sappiamo bene che scopriamo l’acqua calda ma ricordiamo che da sempre altri sport con le stesse problematiche hanno trovato, da anni, valide soluzione con degli sponsor aziendali disposti ad assumere gli atleti e lasciando agli stessi ampia libertà di preparazione e partecipazione alla pratica sportiva. Se si vuole pensare ad una Italia alle Olimpiadi questo, inevitabilmente, è il primo passo. Se dietro ad una finale ci sono dei risvolti personali non positivi non è bello per nessuno. Anche se è arrivata la vittoria tutto passa in secondo piano. Quando il podio è pronto vogliamo che ci salga sopra un atleta felice, sereno , in salute e senza problemi di lavoro. Diversamente quel momento si vive sempre con un retrogusto che sa di amaro.

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