2) Torino si candida per le Olimpiadi invernali 2026

Ma chi vincerà quali difficoltà si troverà a gestire?
E su questo punto posso parlarvi della mia esperienza personale vissuta in occasione delle Olimpiadi del 2006. Prima di tutto chiariamo che alla città organizzatrice non sarà lasciata quella autonomia che forse qualcuno immagina. Con l’evento olimpico da mettere in piedi in città arriva tutto il carrozzone di stipendiati olimpici. Si tratta di un folto gruppo che tra Olimpiadi estive e quelle invernali ha trovato il modo di vivere su questi eventi. Sono figure da tempo incaricate dal CIO per gestire aspetti specialistici sulle varie discipline. Moltissimi tra loro gli stranieri di lingua inglese con, nel caso italiano, inserimenti romani inviati dal nostro Coni. Entrambi, devo dire, con la stessa insensibilità ed in particolare senza passionalità e amore, verso la città olimpica che li ospitava. Quella passionalità e amore che al contrario sarà sempre espressa dai poveri volontari delle olimpiadi. Volontari che a Torino del 2006 erano circa 10 mila a cui è stata data una giacca a vento di rappresentanza e poi pedalare. Personalmente, come figura di competenza sportiva locale, avevo provato a presentare qualche progetto legato alla promozione ma ho trovato totale disinteresse degli organizzatori. Ricordo di aver proposto, visto che le olimpiadi si svolgevano in febbraio, di organizzare un carnevale olimpico. La cosa era motivata, a mio avviso, dal fatto che gli impianti a Torino erano collocati in un solo lato della città e quindi tutti gli altri quartieri torinesi si trovavano lontani dagli eventi sportivi. Allora immaginavo il coinvolgimento di tutti i quartieri che potevano allestire un carro dedicato a una disciplina olimpica. Il tutto finalizzato ad una sfilata pre-olimpica con un percorso in tutta la città. Un altro punto che sollevai fu la possibilità di dotare tutti gli impianti del ghiaccio di pannelli fotovoltaici immaginando i difficili problemi di gestione del dopo olimpiadi. Ma anche su questo punto il disinteresse degli organizzatori arrivati da fuori era totale. Ancora oggi rimango segnato da una risposta ricevuta in quel momento che su per giù suonava in questo modo: “Noi siamo qui per fare le olimpiadi ma il dopo non è un nostro problema”. Ma vi racconto anche di quando ho voluto prendermi carico, nel mio piccolo, di promuovere Torino 2006 anche all’estero cosa che non era assolutamente stata fatta dai promotori stipendiati. Con alcuni amici organizzai un viaggio di curling a Toronto e con l’occasione chiesi a Torino 2006 di avere del materiale di promozione in inglese. Riuscii ad ottenere quanto da me richiesto, circa 20 kg di depliants. Arrivati a Toronto nei club di curling iniziammo la distribuzione. Da subito ci rendiamo conto che i canadesi non sanno neanche in quale posizione geografica si trovi Torino in Italia (lì il calcio con la Juventus è poco seguito e la FIAT, almeno allora, non vendeva un gran numero di auto da riscuotere popolarità). Comunque quanto a noi dato per la promozione è stato distribuito. Peccato che nella parte descrittiva degli sport olimpici al capitolo curling era indicato che si giocava con 12 stones e non 16. I canadesi risero e per consolarci ci offrirono l’ennesima bevuta.

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